Aperitivo elettorale
di Cristoforo Prodan
Sì del Sangiovese, grazie. - dico alla tipa del bar, dopo essermi preso un piatto con il solito mix di pasta fredda, insalata di riso e qualche altra robaccia esotica. Poggio il piatto di plastica e il bicchiere, di vetro, sul tavolo vicino a un divano. In realtà più che un divano sembra un triclinio romano, fatto quasi apposta per sdraiarcisi con qualche bel ficone a chiacchierare del nulla in attesa del dopo.
Arrivano anche la collega, che mi ha invitato, e una sua amica. Si siedono sulle poltroncine di design di fronte a me. Accanto a me più che un bel pezzo di fica mi si siede un triste e pelatino uomo sulla cinquantina e oltre, con occhiali da miope e immusonito. Lo ignoro, e cerco di concentrami sul parlato delle due donne di fronte, mentre sul tavolo vedo che ci sono dei volantini della lista civica del tizio candidato al Comune. Ehi, fate abbassare la musica! che Francesco deve fare uno speech… - dice a voce alta una gagliarda cinquantenne abbronzata palestrata e con la pelle liscia. Allora, vorrei dire due paroline… - dice il lampadato candidato - avvicinatevi tutti. Sì, sì, quelli per Francesco vengano tutti qui intorno. - dice la gallina di prima. Alcuni si avvicinano, altri, come me, rimangono al loro posto a mangiare e a bere. Mi viene in quel momento in mente la famosissima storia di Achille Lauro che a Napoli, negli anni cinquanta del secolo scorso, si dice che si accaparrasse i voti regalando la scarpa destra prima del voto e la sinistra solo dopo che veniva eletto. Oggi c’è l’aperitivo, la cena, e chissà che altro; cose più raffinate ovviamente, destinate a un elettorato che di scarpe ne ha pure troppe. Perché la cultura… e l’impegno in mezzo alla gente… - dice intanto il candidato a nonsochecosa.
E mentre lui parla, e le mie due di fronte anche - ma di cose di donne, i soliti amori delusi e uomini e donne rivali brutte e belle -, il mio sguardo va oltre, verso due belle gambe con calza nera trasparente che arriva a mezza coscia terminando in una sorta di merletto nero, poi la minigonna, e in mezzo un buco nero di difficile esplorazione per il sapiente posizionamento delle gambe accavallate. E non c’è verso di vedere niente neanche nei periodici disaccavallamenti e riaccavallamenti con conseguente leggera divaricazione delle due gambe. Mi autoconvinco di essere come un astrofisico intento a osservare il buco nero della galassia centrale attraverso un fenomeno di lente gravitazionale provocato periodicamente, e sporadicamente, dall’interporsi di una stella massiccia. E dunque aspetto e resto in allerta per la prossima finestra di osservazione. Decisamente infantile, lo so. Sbirciare in mezzo alle gambe della maestra seduta in cattedra, è una cosa che mi eccita ancora pur nella consapevolezza della sua profonda stupidità. La speranza di vedere per un attimo quella cosa, e il ricordo, esaltante ma sbiadito, delle rarissime volte in cui l’osservazione astronomica è andata a buon fine, diventando fedele compagna, nella memoria, di tante buone masturbazioni. E mentre dunque mi distraggo, in un momento di oscuramento in attesa del fenomeno successivo (un altro cambio di accavallamento di gambe), guardo la protagonista di questo fenomeno più in alto, proprio quando il candidato la presenta, con nome e cognome. E lì per lì quel nome e cognome mi sfuggono, perché sono concentrato sul corpo e sulla faccia di lei: una quarantenne inoltrata, più o meno della mia età, capelli ricci, occhiali da intellettualina ma con un vezzoso colore rosa o azzurro o rosso, non ricordo, della montatura. Una gran bel pezzo di fica, matura, ma ancora ben fatta.
Un volto che non mi è nuovo però. Mi concentro, e lei ogni tanto mi scruta, forse perché vede che io la scruto. E all’improvviso quel nome e cognome, pronunciati pochi minuti prima, mi ritornano indietro come in un rigurgito, e vanno a fare scopa con quel volto, che nel frattempo rispondeva a un sessantenne viscido che aveva attaccato bottone. Ma sì, ma sì, è proprio lei. - mi dico mentalmente. La mia compagna di classe dell’ultimo anno del liceo. Proprio lei, quella bona. Quante seghe mi ci sono fatto per anni, solo a pensarla. Mi ricordo che stava anche insieme a uno stronzo-testa-di-cazzo, un figlio di papà decisamente antipatico, che suscitava l’invidia di branco dei maschi della classe; anche perché diventava un modo, il suo, per dominare gli altri: scoparsi la più bona significa essere il capo, e tutti gli altri stanno sotto il cazzo. Chissà se se la scopa ancora… o se addirittura se l’è sposata e ci ha fatto dei figli. Però non porta la fede al dito, strano…
Sei proprio tu, cavolo! Devo dire che ti conservi proprio bene però. Non come me che ho la pancia! - continuo a dirmi. E penso a quello che puoi aver fatto, negli oltre venticinque anni che ci hanno separato. E così è una valanga di pensieri, un flusso di coscienza, un monologo interiore: Sicuramente hai fatto dei figli, lo deduco dal tuo corpo, ancora appetibile e in forma, ma che quando ti alzi denuncia dei fianchi vissuti, con un filo impercettibile di cellulite. E dunque il fatto che non hai la fede al dito potrebbe voler dire che hai dato un calcio in culo allo stronzo. Hai fatto bene! se lo hai fatto. Appari soddisfatta però. Ti sei realizzata, sembri una donna di successo. In fondo sono contento. Anche se, allora, mi sarebbe piaciuto tanto fidanzarmi con te e poi sposarti, perché allora per me l’amore era quello, il sesso veniva dopo, prima c’era l’amore, anzi l’Amore, quando c’era ancora l’età per poter idealizzare, e progettare. Ma, probabilmente, è stato meglio così. Non sarei riuscito a darti tutto quello che hai adesso. Ti avrei fatto soffrire.
Mi infilo di corsa gli occhiali, sperando di non essere riconosciuto da lei. Lei si distrae, finisco di scolarmi il Sangiovese, saluto le mie due di fronte, me ne vado. Mi volto a guardarla, mentre esco.
Addio, mia dolce e sensuale compagna di classe del liceo. Sono venuto a trovarti con un viaggio nel tempo. Ora so che sei felice e stai bene. Io? Non so che dire. Riprendo il viaggio.
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