Evidente difetto di sistema
di Cristoforo Prodan
Perché ci affanniamo nel fare e condividere cose? La risposta è semplice, persino banale: è l’istinto di sopravvivenza che ci frega in tutto ciò. A un certo punto intuiamo che la vita è breve, che siamo soli, e che la solitudine e la morte sono una brutta cosa. Vogliamo quindi che qualcosa di noi rimanga su questo pianeta e ci buttiamo in imprese disperate e impossibili. Ci attacchiamo a una persona e mettiamo a nudo la nostra vita, cercando di trasemtterle quello che siamo o siamo stati; mettiamo al mondo se possibile dei figli, con i quali facciamo la stessa cosa: vogliamo che in essi, oltre a una parte del nostro DNA, ci sia anche una parte del nostro pensiero; ci circondiamo di amici e conoscenti, che coltiviamo, ai quali facciamo regali e con i quali parliamo; cerchiamo di avere successo nello studio e nel lavoro, per ottenere un riconoscimento sociale, una giustificazione della nostra esistenza, per fare in modo che le nostre opere rimangano. Eccetera, eccetera, eccetera.
Poi a un certo punto tutto finisce, perché noi finiamo, e rimane solo il ricordo di noi negli altri, le eventuali tracce del nostro DNA, del nostro pensiero, delle nostre opere. Col tempo tutto ciò si disgrega e lentamente, ma inesorabilmente, tende a svanire nel nulla o a trasformarsi. Se siamo stati grandi, nel bene e nel male, ci ricorderanno per centinaia di anni dopo la nostra morte, altrimenti cadremo nell’oblio. In ogni caso, dopo, non saremo più noi, saremo qualcosa di diverso che sopravvive negli altri, se sopravvive. E dunque la domanda iniziale (perché ci affanniamo?) a questo punto diventa interessante, non tanto per il problema che solleva, e al quale tentiamo di rispondere (per istinto di sopravvivenza), quanto piuttosto per il fatto stesso di aver identificato un problema al quale dover dare una risposta. Un insetto, un riccio, o una balena, ma persino i mammiferi più simili a noi nella scala evolutiva, non se lo pongono nemmeno. E, con essi, gran parte degli umani. Noi umani problematici cerchiamo un fine nell’ordine naturale delle cose, tutti gli altri lo subiscono e basta.
Siamo materia autocosciente che si ribella alla propria natura, la vuole dominare e trasformare. O siamo la natura che si ribella a se stessa, che cerca una via d’uscita. Ed è sul perché del perché, sul perché ci interroghiamo sul senso della nostra esistenza, che viene fuori la nostra vera natura umana. Ma si tratta di un’ambizione che non porterà a nulla.
La materia si muove in un eterno ciclo. È un ciclo che si conclude in intervalli di tempo per i quali il nostro anno terrestre non è assolutamente metro sufficiente; un ciclo, nel quale il periodo dello sviluppo più elevato - quello della vita organica e anzi della stessa vita - occupa un posto ristretto quanto lo spazio nel quale si fanno strada la vita e la coscienza; un ciclo, nel quale tutte le manifestazioni della materia - sole o nebulosa, animale o specie, combinazione o separazione chimica - sono ugualmente caduche. In esso non vi è nulla di eterno se non la materia che eternamente si trasforma, eternamente si muove, e le leggi secondo le quali essa si trasforma e si muove. Ma per quanto spesso, per quanto inflessibilmente questo ciclo si possa compiere nello spazio e nel tempo; per quanti milioni di soli e di terre possano nascere e perire; per quanto tempo possa trascorrere finché su un solo pianeta di un sistema solare si stabiliscano condizioni necessarie alla vita organica; per quanti innumerevoli esseri organici debbano sorgere e scomparire prima che tra di essi si sviluppino animali dotati di un cervello pensante e trovino per un breve intervallo di tempo condizioni atte alla vita, per essere poi anche essi distrutti senza pietà, noi abbiamo la certezza che la materia in tutti i suoi mutamenti rimane eternamente la stessa, che nessuno dei suoi attributi può mai andare perduto e che perciò essa deve di nuovo creare, in altro tempo e in altro luogo, il suo più alto frutto, lo spirito pensante, per quella stessa ferrea necessità che porterà alla scomparsa di esso sulla terra.
(Friedrich Engels, parte conclusiva dell’introduzione alla “Dialettica della natura”, traduzione di Lucio Lombardo Radice, Editori Riuniti, Roma 1971)
E quando anche tutto ciò dovesse - in altro tempo e in altro luogo - ricominciare, la nostra specie, o un’altra simile, continuerà nel suo tentativo di modifica dello stato delle cose e nella sua interminabile catena di interrogativi esistenziali.
Un evidente difetto di sistema. E anche queste mie parole lo sono.
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