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Götterdämmerung

Götterdämmerung
di Cristoforo Prodan

Buonaseraaa, buon anno! abbiamo portato un libro per te e queste tre rose, questo CD è per il tuo amico. Il libro lo ha scelto lui - e indica me. Ah, okay, poi me lo spieghi mi dici qualcosa. Com’è, bello? E io, annuendo, mi sono subito reso conto di aver fatto la scelta sbagliata. Che quel libro dell’Adelphi, che mi era così piaciuto, l’avevo in qualche maniera violentato. Chiedevo dentro di me perdono a McCourt, per aver portato il suo Ehi, Prof! all’inferno. Così siamo entrati nell’appartamento di un palazzo residenziale di Spinaceto, la casa di un dentista più o meno della stessa nostra età, un quarantenne. Il mio amico aveva conosciuto l’amica di questo dentista in una scuola di salsa, uno dei balli caraibici che sembra sia molto di moda nei ceti sociali arrampicatori, quelli fatti di impiegati di buona famiglia e di liberi professionisti. Cena in piedi, fatta di stuzzichini, vino scelto dal dentista che si picca di esserne esperto, venti euro subito sfilati dal portafoglio di ciascuno per contribuire alle spese. Si sono formati come al solito i gruppetti, tra persone che si conoscono e che parlano fitto, e i timidi approcci tra quelle che non si conoscono. Ciao, piacere Marta. Piacere, Cristoforo - rispondo. E già il nome e l’associazione di quel volto al nome mi passano di mente. E così per Alfonso, Mario, Roberta, eccetera. Donne quasi tutte uguali, tutte uniformemente brutte, fisici sfatti e rifatti, tendenti al cilindrico, con qualche panzetta di troppo e qualche culone. Gli uomini tendenti al cliché del triste impiegato di banca, con gli occhiali, la magliettina a vu dai colori smorti, i capelli che tendono a diradarsi e ingrigiti, facce vissute con quell’espressione compiaciuta di chi pensa d’avercela fatta. Quasi tutti accoppiati, tutti schiavizzati dai cellulari. Discorsi futili, che spaziano dallo sfoggio di presunte competenze enogastronomiche, alla politica letta sui giornali. Quasi tutti ballerini di salsa. Poi scopro che due degli ospiti, un uomo e una donna, sono in realtà degli istruttori, che hanno una loro scuola e che probabilmente la cena rappresenta per loro anche un modo per coltivarsi la clientela e accalappiarsene di nuova. Mi stravacco su un divano con l’aria annoiata. Non ballo, il ballo non mi ha mai attirato. L’ho trovato sempre un modo di offrire troppo facilmente il fianco all’avversario. Lasciarsi andare, muovendo il mio corpo a ritmo e secondo le regole del tipo di danza ha sempre avuto per me un senso di resa, di dire Okay, va bene il mio pensiero, va bene tutto il mio modo di essere che ho costruito faticosamente lungo tutta la mia vita, però ora eccomi qua a muovermi con te perché questa è la vera vita, quella fatta di istinti e banalità, e tutto il resto sono stronzate. Può darsi che sia un mio limite, lo riconosco, ma non sono mai riuscito a vedere nel ballo un momento di vera libertà, e l’ho sempre visto come una disfatta della fantasia, un volersi riparare dietro delle regole socialmente accettabili per non confrontarsi veramente, o per stare semplicemente in silenzio. Così come anche il sesso, incasellato negli schemi comportamentali, dell’approccio borghese, dell’uscita, delle parole languide o degli ammiccamenti volgari, per poi giocare al ruolo del predatore e della preda. Persone vuote, benestanti, che leggono poco e male, che ascoltano musica orribile, e che si compiacciono dei propri passi di danza, che si abbracciano rassegnati. Schifo, schifo, schifo. Odio questa gente morta, eppure dominante nella società. Odio i loro ideali, la loro ideologia, i loro valori. Li odio per quello che fanno, per quello che pensano e anche per la loro volgare e triste presenza fisica. Non sono neanche persone belle fisicamente, belle da guardare e basta. Odio le loro case, come quella in cui mi trovo questa sera. Il salotto con un impianto audio costoso, uno mobile minimalista che sostiene un maxischermo piatto a cristalli liquidi o al plasma, non più di 30-40 libri di cui una buona metà di cucina e di guide ai vini e alle osterie, altrettanti cd, immagino di che musica, e un ampio carnet di cd masterizzati. Si dà inizio alle danze. Si formano le prime coppie, che ogni tanto si scambiano. Un’evidente metafora sessuale. E tutti si sballano ballando, fino a stancarsi. Basta non pensare, basta divertirsi adattandosi a una forma di socializzazione. E vai, con gli auguri, i botti a mezzanotte, lo champagne che fa fico, eccetera. E poi l’autoconvinzione di essere stati bene, o la reale consapevolezza di ciò, per propri limiti ormai accettati.

Il Crepuscolo degli dei è anche un crepuscolo di uomini. Siegfried, vigoroso germoglio della natura incorrotta, diventa personificazione di torbida umanità. Dallo stato d’innocenza passa a quello dell’esperienza e si corrompe. Il Siegfried eroe s’impiccolisce nel Siegfried uomo ed egli stesso non si riconosce. Quando Brünnhilde, nella disperazione del suo inaudito dolore, gli grida sul volto il suo tradimento, egli si guarda intorno trasognato e immemore.
Ha mangiato all’albero del bene e del male e si consuma nel traffico e nel peccato. […]
(Guido Pannain, Wagner, cap. XXVIII)

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