Un convitato di pietra all’Auditorium
di Cristoforo Prodan
Chi è il mio prossimo? Il mio prossimo è quello che ha compassione di me quando ho bisogno, così come io posso essere il prossimo di qualcuno che ha bisogno. E il prossimo non ce lo scegliamo, ci capita quando meno ce l’aspettiamo. In quel momento ci troviamo di fronte qualcuno che, per una certa condizione della sua esistenza o per un caso, ci si para davanti con la sua pesante opposizione al tranquillo fluire della nostra vita. Oppure, al contrario, possiamo essere noi a pararci davanti al tranquillo fluire della vita di un altro. E così il caso ci mette alla prova: ci chiama a essere prossimo di qualcuno, non importa da che punto di vista. E proprio in quel preciso momento, non chissaquando e chissadove, se siamo dalla parte di chi non ha bisogno, dobbiamo decidere da che parte stare.
La parabola evangelica del buon Samaritano, così ben analizzata come spunto per riflessioni più ampie in un recente libro di Adriano Sofri (Chi è il mio prossimo, Sellerio, 2007), può essere applicabile anche nei casi in cui la persona che ha bisogno non c’è più perché ha deciso di annientarsi, e di farlo intralciandoci la strada, facendoci sporcare con gli schizzi del suo sangue. Può esserci compassione per chi decide di uccidersi? E che senso ha una compassione che non si sostanzia in un aiuto concreto alla prosecuzione della vita dignitosa di una persona?
Non è facile rispondere a questi interrogativi. Diciamo che chi distrugge la propria vita - e in qualche maniera ce lo fa sapere - ci chiama, volenti o nolenti, terribilmente in causa, e ci interroga. Ma su cosa? Sulla nostra disponibilità a dedicare del tempo a pensare alle cause o agli effetti di quel gesto. E a quel punto possiamo decidere di diventare il suo prossimo o far finta di niente.
Era l’otto di marzo del duemilaotto, e un uomo lavorava a Roma, negli uffici dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, all’Auditorium Parco della Musica. Era una bella e assolata giornata. Quell’uomo era un impiegato amministrativo dell’Accademia di Santa Cecilia, e a un certo punto a deciso di uccidersi; ma soprattutto ha deciso di farlo sul posto di lavoro, tra l’una e le due del pomeriggio. Qualche richiesta d’aiuto disperata, l’arrivo di un’ambulanza davanti alla porta a vetri dell’Accademia, in largo Luciano Berio, il largo antistante la cavea dell’Auditorium di Renzo Piano. Correre e agitarsi trafelato di infermieri e dottori, un po’ di persone che si raggruppano in attesa di vedere chi è che sta male e di vederlo finalmente in salvo sull’ambulanza. Ma niente, passano i minuti inesorabilmente e l’ambulanza è sempre lì. La saggezza popolare vuole che quando un’ambulanza non riparte entro pochi minuti col ferito è segno brutto. E infatti è segno brutto. Vengono messi dei cordoli all’ingresso per tenere lontana la gente, viene chiamata la polizia. Le facce di chi entra e esce sono funeree. Viene chiamato il sovrintendente, che arriva sconvolto, senza cravatta. Trascorrono parecchi minuti, passa un’ora, forse due. Alla fine arriva il furgone della polizia mortuaria, che carica una bara, e riparte. Stop al dolore. Si riaprono i cancelli dell’Auditorium, cominciano ad arrivare le prime persone che assisteranno al concerto che si terrà nella Sala Santa Cecilia alle 18.00:
Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche dell’Accademia di Santa Cecilia
Yuri Temirkanov, direttore
Sergej Krylov, violino
Nikolai Burov, voce recitanteČajkovskij
- Concerto per violino
Prokofiev
- Ivan il Terribile
Tutto torna alla normalità. Il concerto si tiene regolarmente, con strette di mano e sorrisi prima durante e dopo. Non una parola sull’accaduto, non un minuto di silenzio in segno di lutto. Eppure era uno di loro, un loro collega.
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi?
(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri)
Okay, già mi sembra di sentirle le repliche dei bempensanti: è una questione privata, c’è la privacy, la tutela del dolore dei famigliari, della moglie, dei figli, eccetera eccetera eccetera. Che ne so in fondo io di tutti i bei gesti di solidarietà che sono stati fatti e saranno fatti in privato dai tutti coloro che lo conoscevano o ne erano colleghi? Come posso arrogarmi il diritto di giudicare un fatto di cui non conosco i retroscena? Magari sono stati proprio i famigliari a chiedere il silenzio.
Il silenzio appunto. Il silenzio per un dolore immenso sicuramente, ma forse anche un po’ perché il suicidio è una morte anomala, ripugnante, biasimevole, negletta. Togliersi la vita è sempre stato considerato dalla Chiesa Cattolica un peccato mortale, una cosa di cui vergognarsi. San Tommaso sosteneva che il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” imponeva un amore innanzitutto verso la propria persona in quanto riflesso della grazia divina. E Dante, nel rispetto di questa dottrina teologica, pone regolarmente i suicidi all’Inferno, dove vengono trasformati in alberi sofferenti, salvo poi provarne pietas (l’innocenza presunta di Pier delle Vigne).
Ma proviamo un attimo a prescindere da tutte queste giustificazioni. E proviamo a immaginare che la persona che si è suicidata vicino a noi non sia uno che è incappato nei briganti ed è stato semplicemente malmenato e derubato. Proviamo a riflettere sul contesto. Può essere che il poveruomo fosse arrivato al lavoro senza l’intenzione di uccidersi e che, in un improvviso momento di sconforto lo abbia fatto, senza premeditazione, senza un disegno. Da voci di persone attendibili che lo conoscevano ho saputo che aveva avuto un tumore, e che probabilmente l’impossibilità di una cura dello stesso gli avesse provocato una forma di depressione autodistruttiva. Quindi, in questo caso, il luogo scelto per il suicidio sarebbe del tutto casuale. Oppure, all’opposto, mettiamo invece che ci sia stata premeditazione nella scelta del luogo, e magari anche dell’ora. Che cosa ha voluto comunicarci in questo caso col suo disperato gesto? Voleva, in qualche maniera, che ci si accorgesse finalmente di lui?, della sua sofferenza? Si sentiva vittima dell’indifferenza dei colleghi e della stessa istituzione per cui lavorava da anni?
E l’indifferenza - l’indifferenza pubblica intendo, non quella del cordoglio privato che presumo ci sia stato e anche in misura notevole - quell’indifferenza in effetti c’è stata. Nel rispetto della privacy, del dolore dei famigliari, e persino delle indagini della polizia, si sarebbe potuto benissimo osservare un minuto di silenzio prima del concerto immediatamente successivo al fattaccio. Senza fare nomi, senza spiegare le circostanze della morte. Un momento di raccoglimento per far riflettere i vivi che sanno, non per il morto. E invece no, niente di niente. Forse qualcosa verrà fatto, in futuro, chissà. Ma era in quel momento che serviva. Non mi è sembrato “etico” proseguire con lo spettacolo come se nulla fosse successo. Il suo gesto, sulla cui deprecabilità ci sarebbe da discutere, è stato in questo modo ignorato nel suo significato, così come i sacerdoti di passaggio hanno ignorato il malmenato nella parabola del buon Samaritano.
Nel 2004 si svolse un drammatico derby di calcio tra Roma e Lazio, passato alla storia come il “derby del bambino morto”. Si era diffusa allora, tra gli spalti, poco prima della partita, la notizia - poi dimostratasi falsa - del ferimento a morte di un bambino. I capi delle tifoserie di entrambe le squadre volevano che si annullasse la partita: non si gioca di fronte alla morte. I dirigenti delle squadre non volevano, per ovvi motivi. In quell’occasione intervenne addirittura il capitano della Roma, Francesco Totti, per mediare tra le due opposte tendenze. La partita fu sospesa, ma quel giorno ci furono pesanti scontri tra polizia e tifosi, anche fuori dello stadio. Con le autorità e i mezzi di comunicazione che tendevano a minimizzare. Valerio Marchi, compianto sociologo e libraio (il libraio di via dei Volsci) scrisse un libro su questo significativo episodio (Il derby del bambino morto, DeriveApprodi). Leggiamo dalla sua prefazione:
Assistere al derby da casa, davanti al televisore, induce in chi frequenta o ha frequentato con passione una curva un sottile senso di colpa. Non essere lì a sgolarsi, a sventolare bandiere, a partecipare alle coreografie, a dannarsi e a soffrire insieme alla squadra ti fa sentire inutile, un misero tesserino del vasto e anomico popolo di Sky Tv. Questo vale non soltanto per il derby romano, ma per tutte le tifoserie e per tutti i match dei nostri campionati e coppe. La dimensione televisiva ti priva di quel senso di protagonismo che soltanto lo stadio, e in particolare la curva, ti regala. Te ne stai lì, davanti allo schermo, a trepidare inutilmente. Gli echi delle tue urla sono destinati a spegnersi nella stanza, senza unirsi a quelli altre decine di migliaia di voci che a pochi o a centinaia di chilometri di distanza galvanizzano i propri ragazzi e annichiliscono gli avversari. Il peso della colpa è tale da spingere molti ai pietosi palliativi delle visioni di gruppo – nei pub, nei ristoranti, sul maxischermo in piazza – attraverso cui esorcizzare il rimorso in un tripudio di anacronistici e inutili atteggiamenti curvaroli: le bandiere, le sciarpe e le maglie coi colori sociali, l’incitamento a gola spiegata, addirittura i cori e gli slogan. La verità è che, ovunque si sia, davanti al televisore si soffre due volte: per quel che avviene in campo – o meglio per quel che la regia televisiva decide di farti vedere – e per quel sentirti un vile, un traditore, un disertore. Perché le partite guardate in televisione non contano, non fanno classifica. Questo libro nasce dallo stato d’animo con cui ho seguito dalla televisione l’incontro Lazio-Roma del 21 marzo 2004, appunto «il derby del bambino morto». Il mio ultimo abbonamento in Sud risale ormai al lontano 1996-97. Da allora le volte che sono andato all’Olimpico si contano sulla punta delle dita (ricordo un Roma-Milan soprattutto per un ininterrotto tormentone di circa 40 minuti contro il portiere Rossi, il primo e doveroso Roma-Liverpool, poco altro). Così, anche domenica 21 marzo placo l’ansia da televisore innervandomi ai cellulari di chi invece c’è. Mi giungono notizie che contrastano con la presunta tranquillità con cui Sky parlerà del pre-partita. Gli amici mi raccontano di un paio di contatti con i cuginetti, ma soprattutto delle cariche che si allargano dalla Sud fino a ponte Duca d’Aosta, dei pericolosi caroselli motorizzati e della «cattiveria genovese» della guardia di finanza. L’ultima telefonata è prima delle 20: le notizie non sono buone, gli scontri si sono spostati nell’antistadio della Sud e sembrano crescere d’intensità, il fumo dei lacrimogeni già invade parti della curva. Attendo impaziente fino alle 20,24, quando il monoscopio di Sky lascia finalmente il posto alle telecronaca, per saperne di più: i saluti, le prime banalità retoriche, le formazioni, le coreografie, l’ingresso in campo delle squadre. Sugli incidenti, niente. Solo un accenno minimizzante ai «soliti, piccoli tafferugli», gli stessi termini che utilizzerà il questore di Roma, Nicola Cavaliere, a partita già interrotta. Inizia il gioco e le poche inquadrature della curva mi suggeriscono che non tutto procede per il meglio, il movimento convulso intorno ai boccaporti mi fa temere che sta avvenendo qualcosa di brutto a ridosso della curva, ma dalla telecronaca nulla traspare. Segue l’intervallo e, alla ripresa del gioco, i commentatori di Sky non possono infine non notare e riferire la scomparsa degli striscioni prima in Sud e successivamente in Nord, in Tevere, in parte della Monte Mario. Né possono ignorare i cori contro le forze di polizia e per la sospensione della partita, sempre più alti e sempre più condivisi dall’intero stadio. Provo a richiamare i soliti amici ma i cellulari non hanno campo, un gigantesco ingorgo telefonico blocca ogni possibilità di comunicazione con l’Olimpico. Vorrei infilarmi in un paio di scarpe e correre lì a fare una qualsiasi cosa di una qualsiasi natura, nemmeno io so bene cosa, ma quel po’ di razionalità ancora in funzione mi inchioda davanti al televisore. La prima reazione all’intero spettacolo è di pura arroganza intellettuale: come ho già scritto non serve mica aver letto i saggi di Jan Harold Brunvand o di Cesare Bermani per riconoscere la natura della voce sulla morte del bambino. Sin dagli inizi, e ancor più nei fatti successivi, si manifestano in forme evidenti le caratteristiche dei boatos, delle voci incontrollate che si diffondono oralmente – una sorta di telegrafo senza fili – e che nella storia hanno abbondantemente manifestato le proprie potenzialità persuasorie. L’idea originaria del libro nasce dunque dalla «fortuna» di poter trattare un così eclatante caso di boato sviluppatosi in un contesto socialmente e strutturalmente chiuso e in un lasso di tempo particolarmente ristretto. I carichi di ansia sociale, l’assegnazione del ruolo di capro espiatorio, le valenze che in questi casi assumono i tentativi di smentita, la distorsione degli avvenimenti anche oltre ogni evidenza: «il derby del bambino morto» si presentava, fin dal titolo, come una storia degna delle leggende metropolitane raccolte, tra gli altri, anche da questi due grandi etno-antropologi. La seconda reazione è stata di consapevolezza: quel che stava avvenendo – ed è avvenuto in seguito – attorno alla vicenda del derby interrotto, dalle cronache falsificate del pre-partita alle strategie di piazza dopo la sospensione, dalle accuse di complotto alla successiva ondata repressiva, dimostrava come l’intera vicenda travalicasse i confini del Grande raccordo anulare per porsi come risultato esemplare delle politiche di ordine pubblico perseguite negli stadi in questi ultimi trenta anni e, più in generale, della crisi generale del sistema-calcio. La terza e ultima reazione è stata infine di fierezza: la presa di posizione del pubblico – «non si gioca di fronte alla morte» – mi è sembrata e continua a sembrarmi l’ennesima conferma di come nelle curve e nelle altre gradinate risieda l’ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale. Quel che sentivo condannare in ogni forma e tipologia mi sembrava – e mi sembra tuttora – la prima risposta valida ed efficace alle consuete litanie dello «show must go on» e dei «motivi di ordine pubblico» che impongono di giocare a ogni costo. La valanga di fango che istituzioni e mass media stavano gettando sugli ultras e, in cerchi concentrici, sul popolo di curva e su quello dell’intero Olimpico, considerati e definiti nel peggiore dei casi come degli untori e nel migliore come dei poveri creduloni, mi offendeva come credo offenda chiunque abbia messo piede in un stadio di calcio. Mi sono tornate in mente tutte le occasioni in cui non si sarebbe dovuto giocare e invece niente, avanti tutta per le consuete e radicate ragioni, e il libro che avevo in mente ha così assunto toni e accenti che pur mantenendo la dovuta e auspicabile «scientificità» riuscissero anche a rendere giustizia a tutti coloro che quella sera hanno reclamato la sospensione del gioco, compresi i tre ragazzi che con innocente inconsapevolezza hanno voluto a ogni costo comunicare i sentimenti della curva ai propri idoli. Ci sarà un processo, meritano di essere assolti. Ma intanto, in questa nostra «era del daspo», pagheranno il loro gesto con una lunga rinuncia allo stadio.
Non si gioca di fronte alla morte. Il caso del suicidio dell’Auditorium è evidentemente di altra natura, decisamente più privata e esistenziale, ma la sensazione da the-show-must-go-on mi ha attanagliato per tutta la durata del concerto di quella sera e nei giorni successivi. Quel mio prossimo, quel nostro prossimo, che quel giorno si è messo di traverso in quel luogo così bello, dove sembra che tutto debba sempre funzionare perfettamente, quell’uomo, solo con il suo dolore e col suo gesto disperato, è ancora lì, come un pesante convitato di pietra.
La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi.
(Pier Paolo Pasolini Una disperata vitalità, 1963 in Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1964)
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