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Tracce di donna, frammenti d’amore.

Tracce di donna, frammenti d’amore
di Cristoforo Prodan

Come per rompere un incantesimo quel giorno decisi di riaprire quei comodini. A dire il vero non ho mai amato i comodini. Non ricordo neanche da dove erano venuti fuori. Probabilmente erano il regalo di qualche amico di famiglia che, volendo disfarsene, non aveva avuto il coraggio di buttarli. In effetti erano fatti bene. Di buon legno massello, come si facevano una volta, prima dell’Ikea, ben torniti e rifiniti. Era davvero un peccato buttarli. Un po’ come quelle vecchie pesantissime tastiere dei primi PC IBM, che davano proprio l’idea della robustezza, e che ostinatamente conservavo dopo anni che avevo cambiato diversi computer, perché mi sembrava uno spreco maggiore buttare una cosa solida rispetto alla fragilità plastificata e consumistica di tutti i prodotti d’oggi. Così era per quei due comodini. Non avevano nessuna utilità pratica nell’arredamento confusionario, caotico e polveroso della mia stanza-da-letto-biblioteca-studio. Contenevano qualcosa che avrei dovuto vagliare con calma, un giorno. Sì un giorno, un giorno che non arrivava mai; come accade per tutte le cose che ritengo importanti o problematiche, e che perciò metto in coda, in attesa di momenti tranquilli. Ma quel giorno era arrivato, inaspettato, non cercato. Eccolo. Apro. Trovo delle ciabatte femminili, accuratamente riposte; una scatola di legno con dei rocchetti di filo e del materiale per cucire; una scatola di metallo per biscotti con delle scatolette di cartone contenenti collane e orecchini; una cartellina di plastica con dei documenti, dei moduli; una calza della befana fatta di iuta… Ma sì, era proprio quella, adesso me la ricordo. Dentro c’era una moneta di cioccolata ancora intatta, residui dell’involucro di latta dorata di un’altra moneta di cioccolata mangiata, due caramelle di quelle morbite alla frutta con lo zucchero sopra. Dolci ormai immangiabili, quasi mummificati per il lunghissimo tempo trascorso. Gli amori finiti, quelli perduti quelli abbandonati, lasciano delle ferite che si cicatrizzano male, che rapidamente si riaprono. Nel rivedere e toccare quegli oggetti, a distanza di anni, rivivevo nella mia memoria alcuni episodi. Quella calza della befana, cavolo se me la ricordo quella volta! Come al solito avevo fatto tardi al lavoro, e lei mi aspettava a casa. Uscendo avevo comprato quella calza al baretto vicino al negozio. Non era costata tanto, ma non volevo tornare a mani vuote. Non avevo avuto il tempo - diciamo così… ma oggi penso che il tempo, forse, avevo paura di trovarlo (anzi tolgo il “forse”) - di cercare qualcosa di più raffinato, di più originale. Una banalissima calza con dolci, e carbone di zucchero, all’interno. Come quelle che si trovano dappertutto in quel periodo. Ero tornato tardi a casa quella sera, era quasi notte. E lei, ovviamente, si era incazzata. Anche quando abbiamo qualche occasione per uscire e stare un po’ insieme da soli fai tardi!, ricordo più o meno che mi aveva detto. E quella sera non ricordo più se uscimmo o meno. Probabilmente facemmo l’amore, la notte. Ma ricordo la sua tristezza, le lacrime sulle sue guance prima di dormire. Così il mattino dopo mi alzai di nascosto e portai la calza in cucina, e la appesi alla cappa. Poi le chiesi di andare a preparare il caffè. Lei tornò raggiante e bambina, con quella banalissima calza tra le mani. Piangemmo di gioia, mangiando il carbone e le monete dorate di cioccolata. Una la lasciammo intatta, come pegno di quel momento semplice e intenso. Ma non ricordo bene se andò proprio così. Forse è quello che la mia memoria ricostruisce da quei frammenti archeologici, forse è quello che avrei voluto che fosse. Perché ci sono cose che rimangono trafitte dentro, anche quando non si ama più, anche quando l’amore è altrove. Ma il tempo deforma quelle presenze, e le addolcisce, le rende nostalgiche. Sono le tracce fossili di quel sentimento che ci tiene attaccati a un’ipotesi di felicità perduta ma ancora intatta, e dunque ancora possibile. Anche le altre cose cominciarono a parlarmi, con la loro piccola storia appiccicata sopra. Parlavano sovrapponendo le loro voci, che come in un coro greco si rivolgevano a me. E quei comodini, quella mattina, si stavano trasformando per me in un vaso di Pandora. Rimasi sopraffatto dai ricordi, e dal sentimento. Rimisi in fretta le cose a posto, in maniera meno ordinata di prima, e per un momento ebbi la sensazione di aver profanato un sarcofago. Richiusi i comodini e continuai a non pensare, cioè a vivere.

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