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Un Paese in via di sottosviluppo.

La scienza negata

La polemica politica, e strumentale, scaturita dal presunto divieto che sarebbe stato fatto al Papa Benedetto XVI (al secolo Josef Ratzinger) di prendere la parola all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università La Sapienza di Roma da parte di una minoranza di studenti e di professori, mi ha convinto a ripubblicare la recensione che scrissi nel marzo del 2006 su un altro blog a proposito di un libro molto interessante di Enrico Bellone. La polemica sul diritto di tribuna da parte del papa mi sembra che sia stata abilmente manipolata dalle gerarchie ecclesiastiche: al papa non è stato vietato nulla, ed era liberissimo di partecipare comunque all’inaugurazione dell’anno accademico e di fare la sua “lectio magistralis”. La scelta di non partecipare - per mancanza dell’unanimità dei consensi alla sua presenza - ha assunto, proprio per il ribaltamento mediatico che ne è stato fatto, una precisa valenza politica. Nel libro si discute con molta lucidità delle problematiche relative al difficile e conflittuale rapporto che la cultura italiana ha sempre avuto con la scienza. (cp)

Un Paese in via di sottosviluppo
di Cristoforo Prodan

La paura della scienza ha una lunga storia, fatta di prese di posizione filosofiche aberranti, di assurde persecuzioni, di condanne. La scienza e la matematizzazione del mondo sono state addirittura accusate, da filosofi e religiosi, delle peggiori nefandezze e dei peggiori crimini che, in realtà, i politici e i potenti hanno da sempre perpetrato ai danni dei popoli per imporre il loro dominio.

C’è un libro interessante che dovrebbe godere della massima divulgazione. Si tratta di un breve saggio scritto da uno dei maggiori storici della scienza italiani: Enrico Bellone, La scienza negata. Il caso italiano (Codice Edizioni, Torino 2005, ISBN 88-7578-023-4).

Il libro è suddiviso in due grandi sezioni.

La prima sezione, dal titolo Cronaca di un disastro programmato, ci racconta, attraverso un’analisi spietata di dati e fatti concreti, di come in Italia la scienza e la ricerca scientifica siano state oggetto di una sistematica opera di demolizione da parte delle istituzioni, spesso sostenuta o tollerata, con motivazioni differenti, da parti politiche anche antitetiche.

Le radici di questo attacco sono da ricercarsi a destra e al centro nell’idealismo crociano che, con Giovanni Gentile, nei primi decenni del secolo scorso, ha imposto una riforma della scuola in cui alle materie scientifiche non veniva attribuito un valore formativo al pari delle materie umanistiche; a sinistra nell’ideologia che vedeva nell’università e nella ricerca un luogo di formazione della classe borghese, nemica della classe operaia e della cultura popolare.

Il risultato di tutto ciò è desolante. Si parla del caso Mattei (1962), del caso Ippolito (1964), si parla delle ridicole percentuali del PIL italiano dedicate alla ricerca, si parla delle sconfortanti analisi di Tullio De Mauro sul livello di alfabetizzazione degli italiani (il 66% della popolazione ha «un’insufficiente competenza alfabetica e aritmetica»). Questa situazione portò il fisico Giuliano Toraldo Di Francia a descrivere l’Italia, in una celebre tavola rotonda del 1973, come «un Paese in via di sottosviluppo».

Nella seconda sezione, dal titolo La scienza e la ragione come nemiche dell’uomo, Bellone analizza, con molta chiarezza e profondità di analisi, tutte le posizioni dei maggiori filosofi che si sono occupati di scienza nel tentativo di demolirla o di ridimensionarne la valenza culturale. Vengono quindi analizzate le posizioni di Husserl (col suo trattato La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale), Kuhn, Horkheimer, Feyerabend, don Giussani, l’allora cardinale Ratzinger e tanti altri; ognuno di questi, partendo dalla sua posizione filosofica o teologica, arriva a una conclusione che è sempre contro la scienza. Ricorrente è l’individuazione degli assassini dell’umanità in personaggi come Cartesio, Newton, Galileo, Darwin. Ricorrente anche la considerazione per così dire calorimetrica a giustificazione di una visione ascientifica e spiritualista del mondo: il mondo matematizzato sarebbe più freddo.

Enrico Bellone ricorda infine che già trentacinque anni or sono Paolo Rossi (uno dei maggiori storici della cultura e del pensiero scientifico) individuava il segno di una «rivolta contro la ragione» in questo rifiuto novecentesco della scienza, in particolare in Italia. Paolo Rossi lo descriveva come «il segno di un desiderio di autodistruzione, di un impulso cieco a cancellare la propria storia, di una fuga dalle scelte e dalle responsabilità del mondo reale».

Bellone conclude con un accorato appello agli scienziati: «Essi hanno, in un momento come quello attuale, la possibilità e il dovere di intervenire nelle istituzioni della politica e nei meandri della cultura di massa, respingendo, in entrambi i settori, il degrado causato dalle rappresentazioni deformate della conoscenza che si stanno sempre più rinvigorendo. Prima che il declino sia irreversibile».

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