
Oscar Peterson est mort
di Cristoforo Prodan
Pubblico questo articolo con un po’ di ritardo sulla notizia, dopo che - a guardare i telegiornali - “tutti” hanno festeggiato e fatto buoni propositi anche per il nuovo anno. Lo pubblico appena dopo aver ricevuto la notizia della morte dell’unico figlio, non ancora quarantenne, di un’amica di mia madre e mia. La vita è fatta di piccole e grandi cose, di morti private e morti pubbliche. L’eterogenesi dei fini è sempre in agguato a ricordarci che per quanti buoni propositi facciamo le cose non vanno quasi mai come vorremmo, o hanno delle conseguenze che non abbiamo previsto. E tuttavia credo che abbia ancora un senso opporre ai piccoli e immensi e innumerevoli dolori privati di questo mondo la memoria di persone che hanno speso del loro tempo di vita per fare cose fruibili da altri, anche dopo la loro morte. Trasumanar significar per verba / non si poria; però l’essemplo basti… (cp)
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Oscar Peterson è morto. Quant’è triste questo dicembre del 2007 per la musica! Il 5 se n’è andato un monumento delle avanguardie musicali del secondo Novecento, Karlheinz Stockhausen, e il 23 il pianista e compositore jazz canadese Oscar Peterson. Per questo forse, per una banale e subliminale associazione di idee, ho voluto iniziare questo breve articolo parafrasando lo storico pamphlet scritto da Pierre Boulez pochi mesi dopo la morte di Arnold Schönberg (Schoenberg est mort); per significare che nella musica non esistono confini, ma anche per dare un senso all’idea che in qualche modo con Oscar Peterson, così come - mutatis mutandis - con Schönberg, si è definitivamente chiusa un’epoca.
È un’epoca questa che brucia le notizie troppo in fretta, e così anche la scomparsa di importanti personaggi che hanno fatto un pezzo di storia della della musica trova breve e fugace spazio nei media. Ogni notizia è inseguita da decine di altre che premono, ognuna viene scalzata dalla successiva, più fresca, senza una scala di valori apparente. Così, tra una fetta di panettone e la “notizia” del boom di pellegrini a Betlemme, i nostri mezzi di comunicazione ci hanno informato anche di questa scomparsa in maniera un po’ frettolosa, forse per non disturbare troppo l’ambaradam natalizio. Qualche commemorazione della durata di un giorno e poi via!, si riprendano le danze e i cori natalizi. E siamo tutti più buoni. Così non fu a Milano nel 1901, quando i funerali di Giuseppe Verdi divennero un fenomeno mediatico e nazional-popolare senza precedenti. Ma oggi è tutto diverso, dopo la pubblicazione dei soliti coccodrilli giornalistici la palla passa al mercato discografico e editoriale, che provvederà a inondare i negozi di vecchie e nuove compilation e biografie. Anche se, detto en passant, mi sembra che dal punto di vista editoriale, in lingua italiana, su Oscar Peterson non ci sia un gran che. Nemmeno la traduzione della sua famosa autobiografia: A Jazz Odyssey: The Life of Oscar Peterson.
E allora è bene ritornare un attimo indietro, non tanto per riscrivere l’ennesima biografia del giorno dopo, scopiazzata a destra e sinistra, quanto piuttosto per riflettere sul carattere epocale di questa scomparsa. Oscar Peterson, per quelle quattro persone che ancora non lo sapessero, è stato uno dei più grandi pianisti e compositori jazz di tutti i tempi. Il superlativo post mortem è facile e abusato, ma in questo caso ci sta tutto. Uno dei più grandi pianisti jazz, assieme ad Art Tatum, il primo ispiratore del suo stile, Errol Garner, Duke Ellington, Thelonious Monk, Bill Evans, Michel Petrucciani, tanto per citarne alcuni e senza la pretesa di tracciare legami e connessioni tra questi personaggi. In questo sancta sanctorum ho volutamente tralasciato il nome di Keith Jarrett, e non tanto per le intemperanze caratteriali che lo affliggono negli ultimi tempi (l’incidente di Umbria Jazz del 2007), quanto piuttosto perché secondo me Jarrett è il capostipite della deriva che ha preso il pianismo jazz post-Peterson. Una deriva giocata tutta sul personaggio e su fattori extramusicali; si pensi al suo celeberrimo, e quasi idolatrato, Köln Concert (Concerto di Colonia), dove il viscerale rapporto col pianoforte raggiunge una forma di improvvisazione totale. Peraltro Jarrett si è cimentato spesso in ambiziose e discutibili operazioni crossover: quando ad esempio ha cominciato a incidere, con esiti al limite dell’inascoltabile, addirittura le Variazioni Goldberg e il Clavicembalo ben temperato di Bach, per quell’originale etichetta discografica che è la ECM (Editions of Contemporary Music) di Manfred Eicher. Etichetta che riesce a mettere assieme, nel suo catalogo, il magister Perotinus e Keith Jarrett appunto. Dopo Jarrett il pianismo jazz ha cambiato strada, non è stato più quello di Oscar Peterson. È diventato musica contemporanea sempre più lunare e intimista, legata a un’improvvisazione senza più forma, in cui l’interprete diviene il protagonista assoluto di un unicum irripetibile. L’elemento improvvisativo come caratteristica rilevante e distintiva del jazz era presente anche in Oscar Peterson, ma senza alcuna ambiguità espressivo-stilistica. Peterson non fu mai un audace innovatore come lo fu, in un altro ambito strumentale, il Miles Davis della cosiddetta “svolta elettrica”; fu piuttosto il jazz della tradizione virtuosistica. Non a caso Peterson fu anche un didatta, celebri sono le sue pubblicazioni di studi di carattere didattico per principianti ancora oggi adottate (Jazz Piano for the Young Pianist, Hansen House). Un jazzista che sentiva il bisogno di teorizzare in forma di studi il suo modo di vedere il jazz non poteva essere fautore della più assoluta anarchia improvvisativa. Il suo genio stava nel suo grande vistuosismo, che poteva manifestarsi solo attraverso lo studio e lo sviluppo della tecnica. Michel Petrucciani, che era un grande ammiratore di Oscar Peterson, una volta ha detto che lo considerava uno dei suoi maestri e che non era mai riuscito a eguagliare la sua mano sinistra, la mano che agisce sulla parte bassa della tastiera del pianoforte, quella dei suoni gravi e degli accompagnamenti accordali. E per uno strano scherzo del destino negli ultimi tempi Peterson era rimasto semiparalizzato, non sappiamo se nella parte sinistra del corpo, e ci aveva messo del tempo per recuperare, ma solo in parte, la capacità di tornare a suonare.
Personaggio schivo, nato in un sobborgo nero di Montreal, quarto di cinque figli di un facchino della Canadian Pacific Railway, Peterson non fu un teorico innovativo ma riuscì a elaborare un suo stile personale e una tecnica tale da consentirgli di suonare qualsiasi stile jazzistico. Per questo motivo forse incontrò una certa ostilità da parte della critica jazzistica colta. Non starò qui a citare le sue innumerevoli incisioni discografiche, i video, i concerti, i riconoscimenti. Fu vera gloria, senza punto interrogativo. E su quello che poi è diventato il pianoforte jazz non resta che affidare ai posteri la famosa ardua sentenza.
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