
Buon viaggio nello spazio infinito, Karlheinz.
Il 5 dicembre 2007 è morto a Kürten-Kettenberg il compositore Karlheinz Stockhausen (Karlheinz Stockhausen su Wikipedia). Lo stesso giorno della morte di Mozart.
Ho avuto la fortuna di assistere all’ultimo concerto che Stockhausen ha tenuto a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, il 7 maggio 2007. Un concerto passato quasi inosservato, mescolato in mezzo alle date del festival di musica elettronica, di stampo giovanilistico e “discotecaro”, Dissonanze 7.
Un estratto modificato di questa recensione è apparso nel numero di maggio 2007 della rivista Musica. La ripropongo ora, nella versione originale completa, a pochi giorni dalla morte del compositore, perché nei media italiani la notizia è passata - in maniera spesso superficiale, e con informazioni inaccurate e fuorvianti - troppo rapidamente, come un impulso cosmico. (cp)
Karlheinz Stockhausen
Lunedì 7 maggio 2007 – ore 21.00
Auditorium Parco della Musica (Sala Sinopoli) – Roma
Il terzo stile di Karlheinz Stockhausen
di Cristoforo Prodan
Per esprimere una valutazione equilibrata sulle avanguardie musicali, del secolo scorso e contemporanee, è bene sfrondare il ragionamento da tutti quei radicati pregiudizi che non tengono in seria considerazione la ricerca nel campo musicale. Un’analisi basata quasi esclusivamente sul gradimento di un ipotetico pubblico, vagamente idealizzato e arbitrariamente oggettivato è, da questo punto di vista, fuorviante, perché tende a rimettere in discussione risultati ormai acquisiti da decenni da parte dell’estetica musicale moderna. I fatti musicali moderni sono essenzialmente fatti artistici e, come tali, sono espressione inconsapevole di compositori, di movimenti, di scuole, o tuttalpiù semplice manifestazione di uno stile che si è determinato storicamente. Questa è una doverosa premessa per poter parlare del concerto/installazione di uno dei massimi rappresentanti di quel movimento della musica post-weberniana che si è sviluppato nella seconda metà del secolo scorso: Karlheinz Stockhausen.
Sotckhausen nasce musicalmente nello Studio fur Elektronische Musik della radio Westdeutscher Rundfunk (WDR) di Colonia che, negli anni ‘50, costituiva uno dei tre poli principali della ricerca sulla musica concreta e elettronica; assieme al Groupe de Recherche Musicale di Parigi e allo Studio di Fonologia della RAI di Milano. In quegli anni era vivo l’entusiasmo creativo per le grandi possibilità offerte dalle nuove tecnologie elettroacustiche. Si era avviata inoltre, nella cultura musicale e nella prassi compositiva e interpretativa, una progressiva emancipazione del rumore, che per la prima volta assumeva la stessa dignità musicale del suono propriamente detto. Lo studio di Colonia era figlio dello strutturalismo, che in quegli anni si andava diffondendo in tutti i settori della cultura, e dell’eredità dell’esperienza dodecafonica e seriale, che partiva da quel concetto di melodia di timbri, che era stato anticipato da Arnold Schönberg nell’ultimo capitolo del suo Trattato d’armonia e che ora era più facilmente realizzabile grazie alle tecnologie elettroacustiche.
Il concerto si è svolto nell’ambito della rassegna di musica contemporanea Meet in Town della Fondazione Musica per Roma, e come anteprima della settima edizione del festival di musica elettronica e arte digitale Dissonanze. Un punto d’incontro tra una rassegna colta, quella di Musica per Roma, e un festival con un taglio decisamente più giovanilistico, fatto di dj set, musica techno, e di tutto quel vasto assortimento musicale che spazia dal rock elettronico alle cosiddette “nuove sonorità”. Siamo tuttavia ancora lontani, a Roma, e nonostante le grandi potenzialità dell’Auditorium Parco della Musica, dal fare un discorso unitario sulla musica contemporanea. Troppi ancora i soggetti che spesso prendono direzioni diverse e raramente comunicano tra di loro (Musica per Roma, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Nuova Consonanza, Dissonanze, eccetera). E tuttavia, in questo contesto, è stato inserito il concerto di Karlheinz Stockhausen.
Entriamo nella Sala Sinopoli e vediamo proprio lui, seduto davanti a una postazione situata al centro della platea, attrezzata con una grossa console-mixer. Statura imponente, capelli bianchi, giaccone bianco, sciarpa bianca. Un quasi ottantenne veramente in forma, che emana la tranquillità e l’autorevolezza di un santone. Con sguardo sereno e interessato osserva in silenzio e con compostezza la gente che entra nella sala. Tanti anche i giornalisti e gli addetti ai lavori. Un concerto dunque di musica elettronica e concreta: una prima italiana, Mittwochs-Gruss (Saluto del mercoledì, 1998, durata 53 minuti, musica elettronica e concreta); e una prima assoluta Cosmic Pulses (2007, durata 34 minuti, musica elettronica), commissionata appositamente da Dissonanze. Il primo pezzo fa parte del ciclo di opere denominato LICHT (Luce) / Die 7 tage der Woche (I sette giorni della settimana) e il secondo pezzo fa parte del ciclo KLANG (Suono) / Die 24 Stunden des Tages (Le 24 ore del giorno). Nel programma di sala si parla, significativamente, di “proiezione del suono” da parte di Karlheinz Stockhausen e nello stesso viene anche riprodotta la spiegazione tecnica, in inglese, con disegni e schemi, dei brani proposti. Il palco è vuoto, con un grosso telo nero sul fondo e un faro che vi proietta un disco luminoso. Stockhausen sale un attimo sul palco e saluta in maniera molto discreta le autorità presenti, spiegando che nei sui concerti è solito tenere la sala a luci spente con quella “piccola luna” di luce sul telo nero. Ma non è necessario - sostiene - fissare lo sguardo su di essa, in quanto è preferibile “chiudere gli occhi per vedere meglio” e muovere lentamente il capo nelle varie direzioni per seguire la spazializzazione del suono. La sala infatti è stata attrezzata con un sistema di otto gruppi di diffusori, posti in alto, sui lati delle pareti. “Buon viaggio nello spazio infinito”, sono le sue ultime parole prima dell’esibizione.
Il primo pezzo, Mittwochs-Gruss, è giocato sul lancio di gruppi di suoni da una parte all’altra del quadrilatero della sala. Riecheggiando qui le sue precedenti esperienze vocali-strumentali, Stochausen inserisce degli innesti “concreti”, cioè delle voci registrate e manipolate elettronicamente, che ripetono le parole “Eve”, “Michael”, “Lucifer”. Questi sono dei personaggi-archetipo, che fanno parte di un rituale misticheggiante tipico di questo ciclo. Viene impressa ai suoni una rotazione spaziale che scandisce un tempo interiore, mentre gli innesti vocali creano un’aura vagamente inquietante. Ritroviamo in questo pezzo alcune caratteristiche dello Stockhausen della sua prima composizione elettronica, Gesang der Jünglinge (1956): la sua straordinaria capacita di manipolare e muovere la materia sonora nell’ambiente; la sua abilità nel destrutturare il discorso temporale lineare, fatto di memoria e attesa - tipico della musica - attraverso la spazializzazione circolare, e dunque ciclica, del suono; le scariche di gruppi sonori, di derivazione puntillistica, contrapposte agli innesti vocali concreti.
Il secondo pezzo, Cosmic Pulses, è invece solamente elettronico. Il sistema di spazializzazione attivato ci sembra ora più avvolgente, è infatti in questo pezzo che Stockhausen sfruttata pienamente il generatore di effetti ottafonico (OKTEG), che gli permette di generare e muovere contemporaneamente 24 livelli di suono indipendenti tra gli 8 gruppi di diffusori, su 24 traiettorie differenti nello spazio, come se avesse composto – come dice – “le orbite di 24 lune o 24 pianeti”. Un tessuto sonoro molto fitto, costituito da un continuo brusio di timbri, come un vociare ininterrotto in cui migliaia di suoni frammentati e atomizzati nascono e muoiono freneticamente. Il pezzo è molto suggestivo, molto diverso dal precedente, ed è indicativo di quello che si potrebbe chiamare – per usare una felice definizione di Paolo Castaldi a proposito di Bach, Debussy e Stravinsky - il “terzo stile” di Stockhausen, cioè il suo stile della maturità. Fantastico il finale, in cui le mille voci del tessuto musicale rimbalzante circolarmente sulle pareti della sala, progressivamente diminuiscono, per sottrazione, fino al punto che un klang grave e uno acuto si rincorrono fino a dileguarsi per sempre, nello “spazio invisibile” appunto. Ovazioni.
Evidente nella musica di Stockhausen la riaffermazione della necessità della performance dal vivo, che opera su una forma estremamente elaborata attraverso un discorso musicale discontinuo, fatto di “agglomerati sonori” che si sovrappongono, spazializzati in maniera tale che il tempo viene scandito dalle direzioni di provenienza dei gruppi di particelle sonore. Resta ancora escluso, da questo tipo di musica, il ritmo: non quello musicale, interno alla frase, ma quello esterno, nel senso “batteristico” del termine.
È musica?, è installazione?, è suggestione? È difficile fornire una definizione univoca. Sicuramente siamo di fronte a un fatto artistico significativo, che parte dalla musica del nostro tempo e che, modernamente, non ci fornisce delle risposte sicure, ma ci indica immaginificamente uno dei tanti percorsi espressivi possibili.
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