Sulla funzione sociale dell’arte
di Cristoforo Prodan
(pubblicato su Heoos Blog il 6 febbraio 2007)
Nella sua fondamentale raccolta di saggi dal titolo “L’esperienza musicale e l’estetica” (Einaudi, Torino, 1950-2001), Massimo Mila, partendo dall’analisi della teoria estetica musicale formulata nell’ottocento da Eduard Hanslick (”Del bello nella musica”, 1854), e passando attraverso l’estetica di Benedetto Croce mediata dallo storicismo vichiano, compiva una mirabile sintesi sullo stato dell’arte degli studi di estetica musicale intorno alla metà del secolo scorso, che è ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che credono nell’unicità dell’espressione artistica.
In questi saggi veniva fornita una visione disincantata e lucida della musica: di cosa significa capirla, delle sue funzioni sociali, del suo delicato rapporto con l’interpretazione; per arrivare al risultato secondo il quale si può parlare di arte, in campo estetico, nella misura in cui si riesce a ravvisare nell’opera, e nella fattispecie nell’opera musicale, l’espressione inconsapevole dell’uomo-artista, così come è storicamente determinato. E questa espressione è appunto inconsapevole, nel senso che è indipendente dagli scopi che l’artista si era prefissato di perseguire nella sua produzione. Tra i numerosi passi veramente interessanti di questa breve raccolta di saggi, riportiamo qui di seguito uno stralcio che affronta il problema della funzione sociale dell’arte in generale e della musica in particolare.
«[…] C’è in questa smania che gli artisti si mettano a combattere delle nobili battaglie, e debbano essi - proprio come scrittori, come pittori, come musicisti, e non semplicemente come uomini e come buoni cittadini - scuotere il giogo del capitale, «disarmare la belva» e costruire la nuova società, c’è in tutta questa smania un doppio equivoco: su quella che è la vera natura dell’arte (e in particolare dell’espressione), e su quello che è, per lo scrittore e per l’artista, il modo di partecipare alla vita politica e sociale del suo tempo e derivarne alla propria opera quel particolare tono di dignità civile e di virile robustezza che distingue un Parini da un Frugoni, un Alfieri da un Metastasio, un Verdi da un Ponchielli. Cultura e arte, in quanto tali, non hanno che un modo di contribuire all’incremento della civiltà e al benessere dell’uomo: ed è di essere buona cultura e buona arte. L’artista non partecipa alla vita e alla lotta politica in quanto tale, ma vi partecipa come uomo: come tutti gli altri si appassiona e si impegna nei destini del suo paese, della sua classe, senza obblighi particolari e senza diritti particolari per il fatto d’essere artista, scrittore o uomo di cultura. Da questa partecipazione sentita e sofferta ai generali doveri politici del suo tempo, partecipazione che lo fa uomo tra gli uomini e allontana da lui il pericolo dell’appartamento estetistico, gli deriva quell’arricchimento della sostanza umana che si rifletterà poi nell’opera sua, anche s’egli non si preoccupi di mettere la propria arte al servizio di un ideale politico, ma le mantenga la più assoluta indipendenza. Non è questione di fini da proporsi, ma è questione di accento, di qualità umana che verrà involontariamente espressa nell’opera d’arte. Se così non fosse Vincenzo Monti fornirebbe l’esempio più illustre di littérature engagée di tutti i tempi e di tutti i paesi; invece non è che un puro letterato astratto, e c’è più partecipazione e coscienza del divenire d’Europa durante l’età napoleonica in un solo verso dei Sepolcri, o magari delle Grazie, che non in tutti i poemetti storico-politici incensativi di quel cinico versificatore. E in qualsiasi sonetto amoroso, apparentemente petrarchesco, di Michelangelo c’è maggior dignità d’uomo e di cittadino che non nell’Italia, Italia, o tu cui feo la sorte di Vincenzo da Filicaia.
Per innaffiare una pianta non occorre fare un buco per terra e farvi passare un canale che porti l’acqua direttamente alle radici: basta gettare l’acqua per terra intorno al tronco, poi ci pensa lei a trovare le vie segrete per giungere alle radici. L’essenziale è che sia acqua pura; non intossicata».
(Massimo Mila, L’esperienza musicale e l’estetica, p. 155-6, Einaudi, Torino, 1950-2001)
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“Per innaffiare una pianta non occorre fare un buco per terra e farvi passare un canale che porti l’acqua direttamente alle radici: basta gettare l’acqua per terra intorno al tronco, poi ci pensa lei a trovare le vie segrete per giungere alle radici. L’essenziale è che sia acqua pura; non intossicata».”
Interessante sapere che basta fare così. Pensare che me l’ero fatta più difficile, non sapendo donde fosse la pianta, non sapendo neppure che pianta fosse.
La metafora della pianta del critico musicale Massimo Mila è solo una delle immagini esplicative che spesso egli usava nei suoi saggi, e che costituiscono anche un po’ il suo stile.
Il senso della frase credo che non ti sia sfuggito. Il contesto ovviamente è quello del cosiddetto impegno civile dell’artista. Un problema che nel campo dell’estetica musicale negli anni cinquanta era molto sentito. Secondo Mila tale impegno scaturisce spontaneamente dalla vita dell’artista. L’artista non dovrebbe fare arte a programma, ma semplicemente preoccuparsi di fare quella che egli ritiene buona arte. Sarà poi il suo impegno di uomo nella vita che conferirà inconsapevolmente alla sua espressione artistica una qualità umana particolare che, oltre a caratterizzare la cifra dell’artista, diventa in qualche modo “impegno”, cioè agisce nella società.
L’acqua pura di Mila è la “buona arte”, la pianta da innaffiare è l’espressione inconsapevole dell’artista che diventa anche patrimonio di altri.
Sembra, è vero, un po’ troppo prescrittivo il discorso. Tuttavia mi sembra che abbia colto l’essenza del problema con grande lucidità.
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