Quel ventidue novembre all’Auditorium.
di Cristoforo Prodan
Era il venticinque di luglio del millenovecentotrentotto, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira. Era il ventidue di novembre del duemilaesette, verso le nove di sera, e l’abietto, sotto certi aspetti folle, parcheggiatore abusivo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma si sedeva stanco nel posto vicino al giovane autista della linea M. Raccontava, in tono dimesso ma affannato, che la sua giornata di “lavoro” non era andata bene perché erano venute le “guardie” e gli avevano sottratto tutti i soldi che aveva guadagnato. 12 euro, sostiene. Erano in tre, due erano rimasti in macchina. Quell’altro, parcheggiatore abusivo come lui, se l’erano “caricato”, cioè portato via, sostiene.
Sembrava aver accettato l’evento con lo stesso doloroso fatalismo del contadino al quale la grandine ha appena distrutto un raccolto. Chissà se quello che diceva era veramente vero, o se era un suo modo di lamentarsi e consolarsi per il magro incasso. Non ci sono le prove di un simile abuso. C’è solo il suo racconto, sconclusionato.
Eppure qualcosa in me, quella malattia dell’anima che mi porta sempre a concedere un’incondizionata apertura di credito agli ultimi, perché in loro soltanto riesco a intravedere i prodromi di una nuova etica, quel qualcosa mi diceva che l’episodio poteva almeno essere verosimile. Oppure vero. Perché io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
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